Cinema – neuroscienze e aspetti bioetici.

Il cinema è spesso diventato un potente stimolo di riflessione sulle tematiche bioetiche e psicologiche. In questo articolo faccio un riepilogo dei film legati al mondo delle Neuroscienze e della psicologia che ho visto e che possono essere interessanti anche per voi.

Sicuramente ce ne sono molti altri, tuttavia inizio da quelli che si presentano più intensamente alla mia memoria, attraverso una rassegna rapida ed efficace che vorrei in ogni caso approfondire.

Per quanto concerne la demenza senile e di Alzheimer cito: “Le pagine della nostra vita – The Notebook (USA, 2005) di Nick Cassavetes, con Ryan Gosling, Rachel McAdams, James Garner. Per quanto riguarda l’Alzheimer giovanile “Still ALice” (USA, 2014) scritto e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, con protagonista Julianne Moore.

Per le patologie correlate all’ictus con esiti ingravescenti, il film “Amour“, un film drammatico francese del 2012 scritto e diretto da Michael Haneke. Più vicino al tema del trauma cranico con successivo risveglio dal coma: “Lo scafandro e la farfalla“, un film francese del 2007 di Julian Schnabel.

Per la tematica dei farmaci che “cancellano” le memorie, “Se mi lasci ti cancello – Eternal Sunshine of the Spotless Mind” (USA, 2004) di Michel Gondry, con Jim Carrey, Kate Winslet, Tom Wilkinson.

Relativamente alla sindrome autistica, è impossibile non pensare al popolarissimo film Rain Man (L’uomo della pioggia) (USA, 1988) di Barry Levinson, con Dustin Hoffman e Tom Cruise. E poi c’è “Adam” un film del 2009 diretto da Max Mayer sulla sindrome di Asperger.

Circa il tema della coscienza, in questo caso dovuto a encefalite letargica, va menzionato sicuramente: “Risvegli – Awakenings” (USA, 1990) di Penny Marshall, con Robert De Niro e Robin William, sul tema dello stato vegetativo permanente l’italiano “Bella addormentata“, film del 2012 diretto da Marco Bellocchio che racconta la vicenda di Eluana Englaro.

Per la schizofrenia, abbiamo “Beautiful Mind” (USA, 2001) di Ron Howard, con Russell Crowe, Jennifer Connelly.

Sull’intelligenza artificiale, menziono A.I. – Intelligenza Artificiale (USA, 2001) di Steven Spielberg, con Haley J.Osment, Frances O’Connor, Sam Robards. Più recente e oltre ogni frontiera ricordo anche “X_Machina”, un film del 2015 scritto e diretto da Alex Garland, al suo debutto da regista, con protagonisti Domhnall Gleeson, Alicia Vikander ed Oscar Isaac. Anche “Trascendence” un film del 2014 co-scritto e diretto da Wally Pfister, al suo debutto alla regia, con protagonista Johnny Depp secondo me va menzionato. Qui il dottor Will Caster (JD) è un importante ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale e lavora per creare una macchina senziente, capace di combinare la stessa intelligenza artificiale con l’intera gamma delle emozioni umane. Infine cito “EVA“, un film del 2011 diretto da Kike Maíllo, un altro film che gira attorno alla tematica del “robot bambino”, con non poche riflessioni etiche.

Su questo tema ce ne sono tanti e occorrerebbe un post a parte. Sull’estensione delle possibilità del cervello umano attraverso la farmacologia abbiamo “Limitless” un film del 2011 diretto da Neil Burger, basato sul romanzo Territori oscuri (The Dark Fields) del 2001 di Alan Glynn, tratta dell’effetto sconvolgente che una misteriosa e potentissima droga ha sulla vita di un uomo e “Lucy“, un film del 2014 diretto da Luc Besson e interpretato da Scarlett Johansson, Morgan Freeman e Min-sik Choi.

Infine menziono “Self/less“, un film di Tarsem Singh del 2015 che parla di come in un futuro prossimo, la mente all’interno di un corpo malato, potrebbe esser dislcoata e continuare a vivere in un corpo sano.

Ovviamente, negli ultimi due temi siamo a livello di fantascienza e questi film più che far pensare a reali sviluppi della scienza, affrontano i limiti bioetici.

Approfondirò i contenuti.

Buon cinema

Stress “ingrassante”

Quante volte giureremmo di non aver mangiato in maniera diversa e magari di aver fatto tutto il possibile per svolgere una sufficiente attività fisica, ma la bilancia, nel giro di 2/3 giorni segna 1 o 2 kg di più? Sono bugie che ci raccontiamo, perché in realtà abbiamo sgarrato o ci siamo lasciati andare troppo o l’aumento (leggi la parola che segue perché è importante) “temporaneo” è dovuto ad altri fattori?

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In questo articolo, voglio centrare l’attenzione sullo stress prolungato e sulle sue conseguenze sull’equilibrio biochimico e metabolico.

Un tempo i fattori di stress erano occasionali e brevi, legati a situazioni più o meno gravi o difficili, ma generalmente più estemporanee, ora lo stress è quasi un compagno della vita quotidiana. Quando siamo stressati si verifica un super-lavoro della ghiandola surrenale, sia a livello midollare per l’emissione di adrenalina, sia a livello corticale per l’emissione di catecolamine e cortisolo, due ormoni che hanno l’effetto di aumentare l’attenzione e la gittata cardiaca, di demolire le riserve energetiche per fornire glucosio a muscoli e cervello e di preparare il corpo ad una intensa attività, innalzando la glicemia. Questo è fisiologico e naturale se lo stress è intenso e dura poco. È la nostra risposta per poter affrontare al meglio quella situazione o quell’ostacolo. Non siamo però fatti per funzionare sempre così. Oltre alle conseguenze distruttive di queste sostanze chimiche sempre in circolo di cui parlerò tra poco, spesso per trovar consolazione e appagamento temporaneo potremmo ricorrere a cibi confortanti”, ricchi di grassi e zuccheri, al fine di alzare i neurotrasmettitori preposti alla distensione e al riposo, tramite picco insulinica (Yau YH et al., 2013). Momentaneamente, se non c’è il senso di colpa, stiamo meglio perché si alza la serotonina (ormone della serenità) e la dopamina (ormone che aumenta dopo una “ricompensa”). Ma i continui picchi insulinici portano a un aumento del deposito di grasso, quindi al sovrappeso e all’obesità e nel tempo possono portare alla sindrome metabolica e poi a diabete di tipo II (Barrington WE et al., 2005).

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Ok mi potrete dire: “io non sfogo sul cibo lo stress, ma non riesco a perder peso lo stesso quando sono stressato”.

Bene, dovete sapere che il cortisolo sempre alto consuma la struttura muscolare e porta al rallentamento del metabolismo (Cliff Roberts et al., 2012). Più massa magra abbiamo (muscoli in primis) più il nostro metabolismo basale sarà alto e potrà far fronte a qualche kcal in più assunta. Ma se consumiamo i muscoli il metabolismo si abbasserà e basterà pochissimo per ingrassare.

Inoltre, nelle donne l’azione del cortisolo associata a una prevalenza di estrogeni rispetto al progesterone determina anche ritenzione idrica (Barry et al. 2008), un patologico accumulo di liquidi nello spazio extra cellulare, quindi interstiziale, in parte dovuto ad un drenaggio linfatico deficitario o all’aumento del contenuto di sodio che, richiamando acqua, fa sì che si accumulino dei liquidi in eccesso. Il cortisolo infatti, determina un continuo afflusso di zuccheri nel sangue: finché sono disponibili gli zuccheri il nostro corpo non andrà mai ad attingere energie dal tessuto adiposo, e anzi andrà a trasformare quest’eccesso di zucchero in un’ulteriore riserva di grasso. Il ristagno dei fluidi avviene in zone specifiche del corpo, che sono predisposte all’accumulo dei grassi, in particolare addome, cosce e glutei. A causa dell’alterata circolazione, insieme ai liquidi ristagnano anche le tossine. Tutto ciò non fa altro che alterare il metabolismo cellulare, che viene già compromesso dallo scarso apporto di ossigeno (Brydon L, 2011).

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L’ipersurrenalismo porta nel tempo ad esaurimento delle ghiandole surrenali, con probabile sviluppo di sindrome di affaticamento cronico e quindi bisogno di riposare nel tempo libero piuttosto che vivere una vita attiva. L’ossidazione prodotta da questi ripetuti meccanismi biochimici porta all’invecchiamento precoce dei tessuti. Quindi lo stress non è propriamente preventivo alle conseguenze del l’invecchiamento. Inoltre, lo stress cronico porta a immuno soppressione (Reiche et al., 2004) e ci si ammala con più facilità.

Quindi, se non curate anche lo stress, una buona alimentazione e una sufficiente e ben strutturata attività fisica, basteranno solo a non peggiorare la situazione, con scarso risultati in termini di miglioramento della composizione corporea. Vi può bastare investire energie in un cambiamento dello stile di vita solo per un mantenimento e non per un miglioramento del vostro corpo? Non credo. 

Sulla gestione dello stress ci tornerò in un prossimo articolo. Ora credo sia molto chiaro come la gestione del tempo personale e delle emozioni sia fondamentale anche in un obiettivo come quello di migliorare la forma fisica e di conseguenza la salute

Dr.ssa Silvia Colizzi, Psicologia e Personal Trainer

References

Barry D, Petry N: Gender differences in associations between stressful life events and body mass index. Prev Med 2008;47:498-503.

Brydon L: Adiposity, leptin and stress reactivity in humans. Biol Psychol 2011;86:114-120.

Barrington WE, Ceballos RM, Bishop SK, McGregor BA, Beresford SA: Perceived stress, behavior, and body mass index among adults participating in a worksite obesity prevention program, Seattle, 2005-2007. Prev Chronic Dis 2012;9:E152.

Reiche, E. M. V., Nunes, S. O. V. & Morimoto, H. K. Stress, depression, the immune system, and cancer. Lancet Oncol. 5, 617–625 (2004).

Yau YH, Potenza MN: Stress and eating behaviors. Minerva Endocrinol 2013;38:255-267.

 

Il comportamento alimentare del bambino

Già nella fase di allattamento, l’alimentazione assume forti connotazioni comunicative e simboliche: la relazione madre-bambino, che si sviluppa moltissimo nel momento dell’allattamento, è centrale sia per la formazione del legame di attaccamento sia per la strutturazione dei rapporti di reciprocità, il bambino impara che può avere una risposta adeguata ai suoi bisogni, a fidarsi e a tollerare il distacco, in presenza di un sano attaccamento. Quindi capiamo come cibo, relazione ed emozioni siano inscindibili.

Poi, dopo lo svezzamento, va detto ai genitori che fino ai 6 anni sarà normale una certa irregolarità alimentare del bambino. Vi possono esser momenti di maggior o minore richiesta di cibo, o capricci verso determinati alimenti. Il bambino sviluppa gusti, preferenze, imita modelli, risponde ai suoi vissuti con un maggior o minore appetito, proprio come un adulto. Poi si possono osservare comportamenti particolari e ripetitivi che possono allarmare i genitori come le manie alimentari e l’alimentazione selettiva o restrittiva e l’iperalimentazione.

Innanzitutto, spieghiamo bene in che cosa consistono queste varianti al comportamento considerato normale.
Le manie alimentari consistono nella scelta da parte di bambini generalmente piccoli (età prescolare) di pochi tipi di cibo, solitamente non più di tre o quattro. Spesso i genitori si preoccupano, ma occorre non allarmarsi se tra i cibi selezionati ci sono anche sono cibi completi con i quali si possono creare dei pasti con normali introiti di macronutrienti (di proteine, carboidrati e grassi); se la fase dura poco e non genera nel bambino disagio nei contesti sociali e ricreativi (cioè se il bambino quando è con i suoi pari ricerca delle “piccole varianti” alla propria alimentazione e sperimentazione di nuovi gusti, per il desiderio di convivialità), in caso contrario il comportamento diventa ossessivo e va maggiormente monitorato.
Spesso è solo una fase nella quale il bambino esprime con forza i suoi gusti attraverso i quali conosce e fa conoscere sé stesso.

Le manie alimentari che “non passano” possono diventare un’alimentazione selettiva o restrittiva di lunga durata. In questo caso i bambini, anche avvicinandosi all’inizio della scuola primaria continuano a mangiare solo una gamma ristretta di cibi e spesso mangiano solo cinque o sei tipi di alimenti. Non vogliono provare cibi nuovi e non si riesce a persuaderli a farlo in nessuna circostanza.

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Questo può avvenire ad esempio se:
– Vi sono comportamenti eccessivamente accomodanti dei genitori che non condividono a tavola una variabilità alimentare o che appoggiano eccessivamente i gusti del bambino;
– all’opposto insistono o forzano eccessivamente il bambino cercando di spiegare razionalmente il perché altri cibi facciano bene, senza esser modelli di riferimento coerenti.

Dunque, il genitore può senza dubbio prestarsi come modello positivo, facendo vedere al bambino che nel suo piatto, oltre ai cibi preparati per lui, ci sono altri nutrienti che lui mangia regolarmente, che lo fanno stare bene, gli danno forza, energia, sorriso.
Inoltre, è necessario ascoltare il piano emotivo del bambino. In assenza di comportamenti poco consoni dei genitori, il bambino potrebbe con le sue restrizioni alimentare comunicarci altro, qualcosa che non riesce ad esprimere a parole. Quello che il genitore può fare è mettersi in contatto con il disagio. Potrebbe riguardare il bisogno di affermare sé stessi o di ribellarsi in un momento delicato per la famiglia, ad esempio conflitti ricorrenti, la nascita di un fratellino, un momento difficile a scuola. In genere, se non accompagnato da altri comportamenti “selettivi”, questa fase non porta strascichi o conseguenze dirette per lo sviluppo di un disturbo alimentare, l’importante è rimanere in ascolto e provare a veicolare una buona educazione alimentare. Favorire la comunicazione del bambino dei suoi stati d’animo, affinché il cibo non diventi il suo veicolo primario con il quale sfoga emozioni e difficoltà.

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Un altro problema spesso osservato è l’iperalimentazione compulsiva.
Alcuni bambini mangiano molto fin dalla prima infanzia e persistono nella stessa modalità durante la preadolescenza e l’adolescenza. Pur mangiando in modo eccessivo, ma non si preoccupano in maniera particolare del peso o della forma del corpo. Inoltre, non avvertono un senso di perdita di controllo mentre mangiano, né si sentono in colpa e quindi non hanno come nella bulimia condotte compensatorie (vomito autoindotto, abuso di lassativi…). Hanno però in comune con la bulimia nervosa la tendenza a mangiare molto se stressati o se provano disagio. Il tentativo dei genitori di far seguire loro una dieta raramente ha successo e di conseguenza finiscono con il vivere male il loro sovrappeso, come un qualcosa che non può esser ascoltato e compreso, ma solo aggiustato. Anche in questi casi la sinergia psicologo-nutrizionista per aiutare i genitori può esser la carta vincente.

Sicuramente in entrambi i casi il comportamento disfunzionale si sviluppa nella stessa sfera. Tuttavia, raramente un bambino con un’alimentazione restrittiva o con iperalimentazione sviluppa un disturbo del comportamento alimentare. Il loro rapporto con il cibo potrebbe rimanere come ho detto prima conflittuale, e il cibo potrebbe esser utilizzato messaggi o per gestire ansia e stress ma generalmente mancano le preoccupazioni di peso e di immagine corporea, come invece accade nei disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia nervosa o disturbi sotto soglia clinica) che possono instaurarsi già in un’età prepuberale anche in bambini che hanno sempre mangiato di tutto.

La differenza è nel bisogno che innesca il comportamento ed è su questo che uno psicologo che riceve una richiesta d’aiuto, da parte di una coppia di genitori, deve indagare ed agire.

Servizio di Psicologia Clinica e Coaching con giovani adulti e adulti (Dr.ssa Silvia Colizzi)

Da OTTOBRE 2018 il mio stile di consulenza si è rinnovato ulteriormente.

A seguito dei cambiamenti psico-sociali che respiriamo attorno a noi, sempre più persone richiedono terapie di intervento mirate, anzi molto mirate. Tuttavia, come immagino sia condivisibile da tutti, la psiche umana è complessa e un disagio, una sofferenza o un pensiero ricorrente, non sono trattabili come sintomi a sé stanti.

Per mettere insieme complessità ed efficacia mi sto formando parallelamente in Coaching.

Se hai bisogno, puoi fissare un primo colloquio e ti proporrò:

  • Due colloqui di 70 minuti ciascuno: analisi della domanda per capire il tipo di approccio preferenziale e valutazione di alcuni aspetti intrapsichici (interni) e relazionali del paziente.
  • Costo prime 2 sedute: 115 euro totale (+ 2% Enpap e 2 euro Marca da Bollo).
  • Se pagate singolarmente 70 euro ciascuna (+ 2% Enpap).

Al termine del 2° colloquio si concorda il percorso: frequenza e primi obiettivi.

Il percorso standard di consulenze psicologiche (sostegno, abilitazione-riabilitazione e counselling psicologico) prevede come principale strumento il colloquio clinico, con momenti valutativi e di intervento.

Oltre al colloquio utilizzo: Training Autogeno o Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson o tecniche di Mindfulness / meditazioni guidate, tecniche di visualizzazione, PNL e cognitive.

La durata non è definibile a priori, ma indico come media durata dei percorsi completati finora, circa 6 mesi, con frequenza concordata con il cliente (generalmente ogni 15 giorni).

Le consulenze psicologiche hanno un costo di 60 euro e hanno una durata di 50-60 minuti. Se necessario effettuare una sessione più lunga (es. massimo 80 min), costo 70 euro.

Se pagate in anticipo: pacchetto 3 sedute 150 euro

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Ricevo il lunedì con disponibilità dalle 10.30 alle 20,30 il martedì e il mercoledì con disponibilità dalle 9.30 alle 20,30, il giovedì con disponibilità 9.30 alle 12.30. Un sabato al mese dalle 9.00 alle 16.00.

Grazie per l’attenzione

dr.ssa.silviacolizzi@gmail.com

+39 3664126422

Cambiare le convinzioni limitanti. Un primo passo insieme (2° parte).

Hai letto la prima parte di questo articolo? Se si, grazie! Sicuramente ti sembrerà più semplice ciò che segue. Se non l’hai letta, grazie lo stesso, entrerai subito nel vivo dell’esercizio sulle tue convinzioni.

Definiamo “convinzioni limitanti” tutti quei pensieri che girano nella mente e che anziché lasciarci sperimentare, ci frenano in antiche paure.

Spazio esercizio:

Prova a concludere istintivamente, pensando a diverse aree della tua vita (affetti, relazioni, lavoro, studio…), le seguenti frasi:

"Non posso...."

"Non riesco..."

"Non merito.."

Queste al 90% sono tue convinzioni limitanti. Quando le hai trovate prova a inserirle in queste 3 cornici percettive che ti permetteranno di osservarle in modo meno rigido:

1) Cornice Temporale

La prima cornice riguarda la durata dell’intervallo temporale nel quale un evento viene valutato.

I “non posso” sono anche “non ho mai potuto…”? Molto probabilmente no. Quindi: specifica, specifica,specifica!

Trasformali, ad esempio, in: “quando sono molto stanco, non posso…”, “quando non mi sento appoggiato, non posso…”  e inizia a far diventare meno assoluta la tua convinzione.

2) Cornice Obiettivo.

In questa cornice gli eventi sono valutati nel modo più funzionale in relazione al raggiungimento di un determinato obiettivo.

Domande utili che ti puoi fare:

  • Se modifico i miei “non posso” o “non riesco” o “non merito”, cosa posso cominciare ad ottenere?
  • Se modifico le mie convinzioni limitanti cosa incontro per la prima volta di positivo?
  • Se inizio a trovare questi benefici, come la mia vita, le mie relazioni, la mia salute…potrebbero cambiare?

 

3) Cornice “Come se”.

In questo modello, utilizzato in diversi processi di Pnl, ci si sposta con l’immaginazione nella prospettiva di una persona che ha già ottenuto ciò che desidera.

Ecco delle domande utili per assumere la prospettiva “come se”:

  • Come sarebbe se tu avessi già risolto/ottenuto x? Come ti sentiresti?
  • Agisci come se fossi capace di X.
  • Immagina di avere affrontato e risolto tutte le difficoltà legate a X . In che modo diverso penseresti e ti comporteresti ? Fallo ora, non aspettare.

Questo filtro percettivo è utilissimo nel creare lo spazio mentale ideale nel quale avviare cambiamenti positivi.

Da soli può risultare difficile fare tutto ciò. Se vuoi farti aiutare a superare un ostacolo che ti frena dall’ottenere ciò che desideri, uno psicologo perfezionato in Coaching, può guidarti in maniera efficace, dopo aver conosciuto la tua personalità e la parte della tua storia che vorrai portare.

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Dr.ssa Silvia Colizzi

Psicologa Clinica, 
perfezionata in Psicologia Giuridica, 
Neuropsicologia, 
PNL Practictioner.

Parte di quello che mi impegno a fare 
è aiutare le persone 
ad avere convinzioni più utili.

Cambiare le convinzioni limitanti. Un primo passo insieme. (1° parte)

Cosa ti frena? Cosa temi? Cosa non stai facendo solo perché non ti senti all’altezza?

Iniziamo ad esplorare il mondo delle convinzioni limitanti! L’articolo parte con un mio personale contenuto, che potrebbe esser utile. Poi si sviluppa come un esercizio fatto di domande.

Bene, siamo pronti per iniziare! Io, ad esempio, credevo “di non poter parlare in pubblico”. Pensavo alla mia timidezza dell’età infantile e adolescenziale, pensavo alle prime due presentazioni davanti ad una classe, nelle quali non mi ero sentita sufficientemente lucida per poter esporre quei concetti chiaramente e sinteticamente. Le mie convinzioni erano di 2 tipi: una legata ai miei “non posso” e una ai miei “non riesco”. Due maledetti scogli che tutti abbiamo in qualche campo della nostra vita.

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Cosa ripetevo tra me e me?

1)”Non posso parlar bene davanti ad un gruppo di persone”. Convinzione di bassa auto-efficacia.

2)“Non posso eccellere parlando davanti ad un gruppo, lo faccio meglio quando davanti ho solo una persona”. Convinzione legata a poche esperienze ripetute che sono diventate un “dato di fatto” (grande errore).

3) “Non riesco a parlar bene quando le persone che ho davanti non mi conoscono e non sanno quanto ho studiato per esser qui”. Convinzione legata ad un’autostima che ha bisogno di “riconoscimento”.

Tutto questo era altamente sabotante. Non vai da nessuna parte con queste convinzioni. Nel mio caso erano ostacolanti perché io desideravo divulgare conoscenze e parlare in pubblico!

INIZIA IL CAMBIAMENTO

Fu cosi che allora, prima di studiare PNL e tecniche di cambiamento, ho iniziato ad osservare due situazioni diverse:

  • coloro che parlano in pubblico avendo successo;
  • coloro che parlano in pubblico con diverse incertezze, apparendo timidi.

Osservavo nei corsi fatti queste diverse casistiche e riconoscevo che nel primo caso provavo stima per la persona e nel secondo caso, provavo comunque stima e ammirazione, perché quella persona aveva avuto il coraggio di rompere le sue barriere“. Ho scelto di far parte del secondo gruppo, e, consapevole degli errori che avrei fatto, della timidezza che sarebbe emersa, di qualche strafalcione e dello stress “pre-esposizione” ho volontariamente interpretato il ruolo dell’apprendista, senza più nascondermi e senza auto-giudicarmi.

Quando scegli di assumere un ruolo, sei quello e basta, non devi far “l’esperto”, “l’oratore”, sei un’apprendista che modella le sue capacità e ogni errore è un qualcosa che semplicemente “la prossima volta curerai di più”. Non avevo tecniche, ma già in maniera “naif” ciò che mi veniva detto non era più cosi determinante nella direzione intrapresa. Qualche seminario, qualche video, qualche presentazione e di “spaventoso” non c’era più nulla. Rimanevano comunque alcune convinzioni.

Durante il “rodaggio”, grazie al corso di PNL Practictioner ho imparato a lavorare sulla “gestione dello stato emotivo”. Provo a spiegarlo in poche parole.

Se associ una situazione temuta ad un’emozione dannosa per te, ti predisporrai a sentirla con tutto il corpo e sentirai davvero quella l’emozione per buona parte della situazione. Chiediti se è questo quello che vuoi? La risposta sicuramente è “NO”. Ecco una della cose che puoi fare anche tu:

  1. Sintonizzarti con tutti i sensi ad una situazione nella quale hai provato un grande senso di “soddisfazione”. Osservane i dettagli: cosa vedevi in quel momento? C’erano suoni? Voci? Che sensazioni fisiche avevi? Come percepivi la tua postura? Rivivendo quel momento intensamente, ad occhi chiusi, riporta il tuo corpo a sentire quella soddisfazione.

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Dopo la “gestione dello stato”, sul quale tornerò in un altro articolo, ho imparato a “sentirmi già là” dove ho localizzato il mio obiettivo.

Consapevole della carica energetica che esso mi dà…

Consapevole di “quanto è importante per me” (e per capire quanto una cosa è importante occorre conoscere al meglio i propri valori, perché i nostri valori non sono uguali a quelli di un amico, di un collega, non sono universali… non esistono valori giusti e sbagliati, esistono solo i nostri valori),

-> non perdo più treni importanti e soprattutto mi alleno tutti i giorni per raggiungere quegli obiettivi. Solo così ogni sforzo ha un senso, solo così anche se un singolo passo non offre tante gratificazioni, prende importanza all’interno di un viaggio più grande.

Ho imparato a farlo anche grazie alla trasformazione delle mie convinzioni attraverso nuove cornici percettive , che descriverò nella seconda parte dell’articolo (clicca qui per leggerla).

SE POSSO FARLO IO, PUOI FARLO ANCHE TU, PER QUELLO CHE DESIDERI TU!

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Se vuoi farti aiutare a superare un ostacolo che ti frena dall’ottenere ciò che desideri, uno psicologo perfezionato in Coaching, può guidarti in maniera efficace, dopo aver conosciuto la tua personalità e la parte della tua storia che vorrai portare.

Dr.ssa Silvia Colizzi

Psicologa Clinica, 
perfezionata in Psicologia Giuridica, 
Neuropsicologia, 
PNL Practictioner.

Parte di quello che mi impegno a fare 
è aiutare le persone 
ad avere convinzioni più utili.

 

 

GLI EFFETTI DEL FITNESS SULLA MENTE

Tutti ormai sanno che l’esercizio fisico è uno dei mezzi principali per combattere il sovrappeso e prevenire lo sviluppo di malattie cardiovascolari. Non tutti invece sanno, o comunque non ne capiscono il motivo, che lo sport a vari livelli influisca in modo diretto anche sulla salute del nostro cervello e il benessere della mente.

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Molti studi scientifici hanno confermato che l’attività fisica, se condotta in maniera corretta e costante migliora le funzioni cognitive e regola alcune emozioni. Abbiamo provato tutti quella sensazione di benessere al termine di una lunga e sostenuta camminata, o per gli amanti della corsa quella sensazione di frizzante energia nonostante il fiatone e le gambe tremanti dalla fatica. Anche gli allenamenti più pesanti in palestra rilasciano al termine una sensazione di gratificazione.

Alla base ci sono dei meccanismi fisiologici a breve termine come:
– l’aumento dell’irrorazione del sangue nel cervello e quindi una maggior ossigenazione;
– il rilascio nelle sinapsi (che sono lo spazio di comunicazione tra i neuroni) di numerosi NEUROTRASMETTITORI (sostanze chimiche che rispondono a specifici obiettivi). Ad esempio nel caso di un’attività fisica intensa (specialmente un allenamento cardiovascolare o di forza con diverse ripetute e medio-alto carico) si rilasceranno dopamina (il trasmettitore della motivazione e dell’appagamento), serotonina (il trasmettitore della serenità) e le famose endorfine, sostanze prodotte dalla ghiandola ipofisi (che sta alla base del nostro cervello e coordina anche meccanismi vitali come la fame, il sonno, il dolore, la temperatura…) e fanno parte di antichi meccanismi di sopravvivenza, ci permettono infatti di continuare a lottare anche quando siamo sotto stress. Le endorfine hanno un alto potente attività analgesico (contro il dolore) ed eccitante (motivante).

Per forme lievi di ansia, non cronica e non generalizzata per le quali è sicuramente utile anche un aiuto psicologico o farmacologico, e allo stesso modo per chi soffre di distimia (lieve abbassamento del tono dell’umore), l’esercizio fisico può alleviare i sintomi ansiosi e di abbattimento emotivo (Gregory L. Stonerock et al., 2015), PhD in quanto:
può aumentare il senso di autoefficacia e di padronanza di sé (Mingli Liu et al, 2015). In questo caso può esser utile per la persona ansiosa-preoccupata creare delle “ancore” durante l’esercizio costituite da “affermazioni positive” (es. “io posso superare i miei limiti”) o associare ad un gesto atletico un stato positivo. Pian piano le associazioni verranno automatiche!

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permette di entrare in contatto con maggior consapevolezza con il proprio corpo, riconoscendo come fisiologiche le modificazioni fisiologiche percepite durante l’attività fisica (sudorazione, battito cardiaco accelerato), tutte reazioni che una persona ansiosa associa al malessere psicologico (quali stati di paura, preoccupazioni…) quindi familiarizzare con modificazioni naturali insegna alla persona a temerle di meno o a saperle gestire.

Fare attività fisica migliora anche l’attenzione e la memoria. Per comprendere meglio il motivo è utile citare il concetto di plasticità cerebrale, che è definito come la capacità del nostro cervello di modificarsi in termini di struttura (quantità di sostanza grigia – neuroni – e bianca -connessioni) e di funzionalità (velocità di connessioni, aumento di possibili connessioni tra aree del cervello) se esposto a ripetuti stimoli o comportamenti.

Fare un’attività fisica in maniera costante (le linee guida dell’OMS stilate nel 2010 indicano per gli adulti tra i 18 e i 64 anni almeno 150 minuti alla settimana di attività moderata o 75 di attività vigorosa) tiene allenato anche il cervello perché:
favorisce una miglior ossigenazione di tutte le aree cerebrali e riduce la pressione arteriosa;
riduce il colesterolo nel sangue e previene formazione di placche artero-sclerotiche;
mette in circolo i neurotrasmettitori del benessere e della motivazione che portano il soggetto a svolgere globalmente uno stile di vita più sano;
stimola diverse funzioni cognitive contemporaneamente (Fernando Gomez-Pinilla* and Charles Hillman, 2013): l’attenzione, la propriocezione e l’equilibrio, la coordinazione, la motricità globale e distrettuale quindi il controllo e l’inibizione motoria, la memoria procedurale.

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Quindi queste reazioni neurofisiologiche positive, se attivate con costanza, possono modificare il cervello nel medio-lungo periodo.
Diversi studi hanno evidenziato come soggetti impegnati in attività sportive in maniera costante sviluppino maggior materia grigia nei lobi frontali (Kohl HW III, Cook HD, 2013) che sono aree utili alla pianificazione al ragionamento, necessarie ad esempio nel prendere decisioni e nell’ippocampo, quella struttura del cervello importantissima per la memoria e l’apprendimento.

Questo vale anche per una persona anziana (Michelle W. Voss et al 2013) e a tal proposito cito uno studio molto importante condotto da un team di neuroscienziati dell’Università di Edimburgo, pubblicato sulla rivista Neurology nel 2012 (Alan J. Gow et al., 2012). In questo ricerca sulla qualità dell’invecchiamento, sono stati presi in esami 691 volontari classe 1936. Ogni soggetto si è impegnato a fornire ai ricercatori informazioni riguardanti il ritmo e alla frequenza con la quale, durante la propria vita adulta, si sono dedicati ad attività motorie (dal semplice movimento quotidiano compiuto durante i lavori domestici allo sport vero e proprio) e ad attività mentali (dallo studio, ai libri letti, fino a semplici attività come i cruciverba).pilates-idosoEbbene, chi si era dimostrato più attivo, praticando con regolarità esercizio fisico, non solo possedeva una massa cerebrale più voluminosa, integra e preservata, ma anche nello sventurato caso di ictus, dimostrava di aver recuperato molto più facilmente la lesione. 

Silvia Colizzi, Psicologa perfezionata in Neuropsicologia, DSA, Giuridica e PNL -Coaching. Issa Fitness Personal Trainer.

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Psicomotricità: percorsi tra corpo e mente

Definisco la psicomotricità con le parole della mia insegnante, la dr.ssa Anne-Marie Wille che mi ha appassionata alla psicomotricità quando già ero psicologa. “All’inizio era il verbo? No, era l’azione. Ben prima di parlare infatti il bambino agisce: volta il capo, cerca con lo sguardo, prende gli oggetti… Questo è il primo modo di entrare in relazione con il proprio corpo e con il mondo”.
La psicomotricità è una disciplina che si è sviluppata negli ultimi decenni anche in Italia, di derivazione francese ed è un concentrato di attività di valutazione, terapeutiche e preventive dove il corpo non è mai scisso dalla mente.

Il mio spazio adibito alla Psicomotricità.
Il setting può esser composto da più o meno oggetti, strumenti, materiali solo motori o anche di disegno… La conduzione può esser più o meno direttiva (cioè il terapista può dare più o meno istruzioni), il tutto in base alle finalità dell’intervento.
Gli interventi infatti possono esser abilitativi / educativi e quindi svolgersi in ambienti extra sanitari (asili, scuole dell’infanzia o scuola primaria) oppure riabilitativi e quindi in ambienti clinici. Nelle scuole le attività che sono generalmente di gruppo prevedono il potenziamento di schemi motori di base, la capacità di stare in gruppi di pari rispettando regole, spazi, turni, …acquisire sicurezza, autostima, conoscere il proprio schema corporeo etc…. insomma, attività che veicolino uno sviluppo psicomotorio sano.
Negli ambienti clinici i laureati in terapia della neuropsicomotricità, o gli psicomotricisti che possono essere anche psicologi adeguatamente formati, lavorano con bambini e genitori per riabilitare aspetti dello sviluppo o fisico, o cognitivo psicologico che possono risultare difficoltosi o deficitari: esempio goffaggine, inibizione e poca esplorazione degli oggetti e degli spazi, iperattività motoria e cognitiva, tratti di aggressività e oppositività, tratti di forte timidezza.

Motricità globale: propriocezione, coordinazione, equilibrio, controllo tonico…
In generale con la psicomotricità si vanno a potenziare:
– la motricità globale (con esercizi che coinvolgono tutto il corpo);
– la motricità fine (con esercizi che coinvolgono braccia e mani e la coordinazione occhio-mano);
– la coordinazione e la propriocezione (cioè come il bambino sente e percepisce il proprio corpo nella sua forza, forma, …);
– l’attenzione;
– la memoria;
– le funzioni visuo spaziali e la spazialità (cioè l’abilità di organizzare gli oggetti nello spazio o di posizionare sé stessi nello spazio con esercizi di esplorazione, posizionamento, …..);
– gli altri aspetti della sensorialità (ad esempio il tatto) con esercizi che prevedono l’utilizzo di materiali con caratteristiche diverse;
– il concetto di temporalità (con esercizi sul ritmo, la frequenza e l’utilizzo del corpo e del movimento con stimoli musicali);
– le abilità relazionali perché gli esercizi sia che siano di gruppo sia che siano individuali prevedono il rispetto di uno spazio e di tempi condivisi con i pari o con il terapista;
sicurezza, autostima, conoscenza di sé, rispetto degli altri, etc sono aspetti emotivo-relazionali sollecitati e stimolati dalla disciplina psicomotoria.

Psicomotricità funzionale
Quindi abbiamo capito che nei percorsi educativi è un grande aiuto allo sviluppo e nei percorsi terapeutico/riabilitativi è un ottimo strumento per migliorare delle difficoltà sia fisiche sia psicologiche e in questo caso è necessario un lavoro di equipe. Quindi, la psicomotricità è molto più di un gioco o di un esercizio fisico e ritengo che sia molto importante che i genitori sappiano cosa c’è dietro a questi momenti nei quali il bambino crea, gioca e si diverte.
Dr.ssa Silvia Colizzi Psicologa clinica, perfezionata in Neuropsicologia, Psicomotricità, DSA, PNL e Coaching.

Gli effetti terapeutici della Meditazione

Il termine “Meditare” deriva dal latino “Meditatio”, “Meditari” che significa “misurare con la mente”, “volgere nell’animo”, tradotto in termini più comuni : “ripensare” o “considerare qualcosa”, quindi riflettere fermandovi a lungo il pensiero, e indica una pratica che dalle antiche tradizioni orientali, dove è connotata dalla spiritualità e religiosità buddhista, taoista e induista, si è poi diffusa anche in Occidente spogliata di accezioni religiose, e finalizzata a aiutare le persone a entrare in contatto con i propri stati mentali più interni, quelli meno controllati dal pensiero logico e razionale della nostra mente conscia, con diverse finalità: comprenderli, accettarli e utilizzarli al meglio.
Allo stesso modo, la meditazione porta ad aver un migliore contatto con le sensazioni corporee, spesso non ascoltate e dimenticate, e che invece sono segnali importanti da cogliere per la nostra salute. Nella nostra società non siamo abituati a vivere a contatto con le emozioni, con le dimensioni più alte della consapevolezza, e nemmeno con una buona e sana consapevolezza del corpo.
Quindi, il motivo per cui si stanno diffondendo tanto queste pratiche (nelle diverse accezioni e finalità) è perché si sono verificati scientificamente i benefici della meditazione sul corpo e sulla mente, nonché delle pratiche psicofisiche da essa derivate, come lo yoga o il Tai Chi.
Negli ultimi anni le neuroscienze stanno prestando grande attenzione allo studio degli effetti psicofisici delle tecniche di meditazione. Sono stati prodotti più di 3000 articoli scientifici su riviste note nella comunità medico-scientifica. Questo è un bene perché sappiamo come la nostra società occidentale, impregnata ancora moltissimo del modello biomedico (quindi dalla medicina che si basa sull’evidenza), abbia bisogno di queste validazioni per portare le pratiche non convenzionali anche all’interno dei contesti di cura e non lasciarle solo nei contesti dove si lavora sul benessere o in quelli contesti ricreativi. Nonostante questo l’opinione pubblica, e anche alcuni medici, rimangono di pareri contrastanti circa l’utilizzo di queste pratiche a livello terapeutico, più per scetticismo a priori, piuttosto che per controprove scientifiche di inefficacia.

La meditazione è un processo nel quale, con una determinata postura (la più classica è quella da seduti con le gambe incrociate, le mani che eseguono determinati “MUDRA” gesti simbolico-spirituali, la schiena eretta e la mente vigile e attenta), con una grande importanza data al respiro, si porta l’attenzione verso un certo numero di variabili corporee, sensoriali e mentali. Mentre si medita possono esserci dei “MANTRA” (dal sancrito MAN : pensiero e TRA: strumento che protegge), cioè parole, suoni o frasi ripetute e finalizzate all’obiettivo della meditazione.
Vediamo brevemente due tipologie di meditazione:
Meditazioni analitiche_ Questo tipo di meditazione prevede la presenza di un oggetto – reale, filosofico o intellettuale – al quale la mente si dirige per indagarlo. Esse mirano a raggiungere una maggior consapevolezza delle reazioni del corpo e della mente agli stimoli della vita quotidiana, quindi ci si focalizza su particolari sensazioni corporee, pensieri, emozioni, ricordi o idee. Hanno come finalità il farci percepire tutti questi contenuti per quello che essi sono davvero, non fatti ma prodotti della mente, potenziando quelli positivi e utili e decondizionando quelli negativi, dannosi o inutili (sempre secondo un nostro punto di vista). Esempio meditare sulla paura, significa accettarla come stato emotivo naturale, non temerla, riconoscere gli effetti salvifici della paura quando occorre e imparare a graduare meglio gli stimoli che generano preoccupazione, da quelli che generano timore a quelli che invece possono effettivamente scatenare una paura più intensa.
Meditazioni concentrative o stabilizzanti_ Analogamente al precedente tipo di meditazione, anche questo prevede la presenza di un oggetto – che è generalmente un’immagine, un suono, il respiro, le parti del corpo etc- ma esso non viene sottoposto a nessuna riflessione psicologica o filosofica. Il fine è raggiungere uno stato di stabilizzazione, centratura e presenza. Se durante la pratica passano dei pensieri si accettano, si osservano e si lasciano andare come onde che naturalmente arrivano e perdono la loro forza.
L’azione della pratica della meditazione è riscontrabile su più piani:
· Fisico
· Emozionale
· Cognitivo

         Elementi di Mindfulness: portare l’attenzione alle piccole cose presenti
Sicuramente le variabili individuali che maggiormente giocano nel generare benefici sono: la capacità immaginativa che è diversa da persona a persona e la costanza di esercizio.
Da un punto di vista fisico, la lettura dagli anni 90 a oggi ha riportato diverse evidenze sul:
▲ Miglioramento della risposta immunitaria
▼ decremento della variabilità della frequenza cardiaca (parametro: HRV) e della pressione sanguigna con evidenti effetti benefici sul sistema cardiocircolatorio
▼ Decremento della frequenza del respiro, con un effetto calmante
Andando verso i benefici che hanno un impatto psicologico, si è verificato un:
▲ Miglioramento della coerenza EEG in particolare a livello delle onde α. Queste onde sono associate ad una situazione di calma e ad uno stato vigile ma rilassato della mente
▲ Aumento la funzionalità e flessibilità cognitiva
▲ Aumento della stabilità emotiva, quindi un comportamento caratterizzato da una minor reattività/ impulsività delle nostre risposte automatiche alle stimolazioni interne ed esterne
A livello dei neurotrasmettitori (messaggeri chimici del cervello):
▲ Diminuisce il re-uptake della Dopamina, quindi si va a potenziare il sistema della motivazione e dell’intenzionalità (persona più focalizzata)
▼ Diminuisce l’adrenalina e la noradrenalina in circolo (neurotrasmettitori rilasciati in maniera importante e sovra-fisiologica in risposta ad un severo stress fisico o psicologico), quindi regola la reattività e le risposte di attacco e fuga dandoci una maggior capacità di valutare la vera pericolosità dello stimolo.
Inibizione del GABA (Acido Gamma Amino Butirrico), migliorando di conseguenza la capacità di memoria e apprendimento, fornendo la percezione di un minor senso di fatica, potenziando le emozioni positive e favorendo la rilassatezza

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A livello del sistema ormonale:
▼ Diminuisce la produzione di CRH (corticotropina) liberata in risposta agli stress
▼ Diminuisce la produzione di cortisolo (ormone dello stress)
▲ Aumenta la produzione delle Beta-endorfine e degli oppioidi e questo da una diminuzione del senso di dolore e un aumento della facilità con la quale possiamo provare gioia ed euforia
Equilibrio e equilibri…interconnessi…
All’interno delle mie sedute, in base ai bisogni che emergono inserisco delle meditazioni e visualizzazioni guidate che generano notevoli insight e benefici.
Dr.ssa Silvia Colizzi Psicologa Clinica, perfezionata in Neuropsicologia, Psicomotricità, PNL e Coaching.

Dis-Abilità Sportiva

Nei blog professionali ci sono articoli scritti per divulgare conoscenze, affinché le persone che non sono del settore possano sensibilizzarsi verso alcune tematiche o trarre spunti per la loro vita di tutti i giorni, e poi ci sono articoli scritti per esprimere un contenuto umano, diretto, vero e utile, articoli che servono per dare spazio alle differenze individuali, ai vissuti personali che possono fungere da stimolo di riflessione per alcuni e stimolo all’azione per altri.

Sono molto felice di condividere le parole di Luca, che ci racconta come nella vita si possa affrontare tutto, anche partendo da uno “svantaggio” e subito dopo: recuperare, raggiungere, tenere il passo e, magari, superare. Non aggiungo altro per non portar via spazio su carta al suo pensiero che in me ha lasciato un segno e spero lo possa lasciare anche in chi legge.Disabilita-Handicap

“Ho iniziato la mia attività sportiva con alcuni interrogativi nel mio cuore inconsapevole che le domande vere erano: “Potrò farcela? È proprio vero che lo sport è per tutti?”
Vorrei raccontare il mio rapporto da persona disabile con lo sport. Quando un portatore di handicap espone le proprie esperienze, si tende a pensare che quello che racconta sia un po’ mieloso soprattutto ciò che riguarda le barriere, i limiti, la forza di volontà, la voglia di arrivare, quindi ciò che l’handicap toglie per essere una persona “normale”. Innanzitutto, devo ricordare che lo sport è sempre un gioco e come tale oltre alla competitività deve essere divertimento e passione. Come disabile però la componente del divertimento libera la mente e ti permette di avere pensieri positivi e quindi di viverlo in modo più leggero.  otimismo1-696x365
Quando si ha amore e passione per lo sport ci si immerge dando tutto quello che si può per crescere, migliorarsi e relazionarsi, senza contare i sacrifici, il tempo e a volte le sofferenze. Si dice che si possa vivere per lo sport e come nell’innamoramento ci sia una relazione nel dare e nell’avere. Posso dire che io dallo sport ho imparato molto, ho ricevuto tanto, ma soprattutto mi sono lasciato inondare dalla sua onestà, tanto da farmi capire i limiti del mio corpo e nella piena libertà mi ha aperto la strada a molte opportunità positive.
Chi si ritrova in condizioni di disabilità tende a svalutare il proprio corpo per i limiti che ha in relazione al mondo che ci circonda. La libertà che mi è stata restituita attraverso lo sport è stata impagabile permettendomi di accettare il mio corpo nella sua globalità, trovando una nuova via d’espressione nel rapporto con gli altri condividendo passioni e obbiettivi senza essere giudicato per quello che non potevo fare ma valorizzando i progressi ottenuti. Io pratico la corsa da quando ero molto piccolo, spronato dai miei fratelli che vedevano in me la tendenza all’isolamento e alla scarsa socializzazione. Ricordo ancora la prima volta che sono sceso in pista lo sguardo incredulo dei bambini che mi circondavano e bisbigliavano alle mie spalle: “Cosa ci fa qui? Guardate come cammina! Riuscirà a correre?”.
GettyImages_MorningRunSe alle prime due domande potevo dare una risposta, all’ultima domanda la risposta è venuta attraverso il mettermi alla prova e sorpresa delle sorprese: la mia precarietà nel camminare si è trasformata in qualcosa di nuovo e bellissimo e grazie alla velocità percepivo il mio corpo in modo diverso.
Era il mio primo contatto con lo sport da disabile. Con la possibilità poi di uscire di casa e confrontarsi con persone che ti permettevano di non sentirti solo e di far parte di qualcosa che trascende i tuoi limiti si innescava in me uno stato d’euforia e divertimento e ti restituiva un nuovo rapporto con il tuo corpo dove il limite fisico acquistava un peso diverso diventando “valore” che si esprimeva in una diversa volontà di affrontare il mondo.

Lo sport è questo per me, cioè la consapevolezza di potercela fare, nonostante tutto!”

“Che io possa vincere, ma se non riuscissi, che io possa tentare con tutte le mie forze”
(Eunice Kennedy Shriver, fondatrice delle Special Olympics)

Silvia e Luca